Del tempo che passa

Del tempo che passa

motta

Il silenzio è durato mesi.
Lo rompo di nuovo in giorni sbagliati, orari sbagliati, momenti sbagliati.

Ma vorrei dirvi una cosa: vorrei dirvi che non siete mai contenti.

E non dico che dovreste accontentarvi: perché non è sempre vero che chi si accontenta gode. È un verbo triste: accontentarsi. Significa farsi andare bene qualcosa che non va male – ma non è neanche bella. Significa che in fondo ci importa poco di quello di cui ci stiamo effettivamente accontentando.

E non accontentarsi delle cose, delle esperienze, delle persone, di noi stessi, ecco, questo è un concetto stimolante. Ci spinge al limite, ci spinge a scoprire. A non consumarci.
L’uomo non ha radici, ha le gambe. É la nostra verità, la nostra natura.

Ma non siete mai contenti. Felici. Di chi incontrate. Del piacere che di tanto in tanto si prova nella vita. Di ridere con qualcuno. Non siete contenti di chi avete accanto, di quello che vedete nello specchio, di cosa mangiate, della roba che possedete, di una nuvola strana, del lavoro che fate, dei ricordi che avete, di una pozzanghera sporca per terra, di quello che avete avuto, di quello che non avete ricevuto, dell’ultima volta che avete scopato, di quello che vi aspetta, della casa della vostra infanzia, del naso che ha vostro figlio, del cane che fa la pipì sul tappeto, dei soldi maledetti, della rosa puzzolente che vi hanno regalato, del libro che state leggendo. Delle persone che vi vogliono.

Non siamo contenti.
Ma neanche lo vedete. Non avete neanche la capacità di capirlo.
Vi annoiate semplicemente aspettando qualcosa di nuovo.

Ma non c’è soluzione. L’unica sarebbe accettare la noia, lo scorrere del tempo, la calma che arriva con la comprensione del momento in cui ci troviamo esattamente.

Sarebbe bello finire così.
Lasciare tutto e godersi l’inganno, ogni volta. La magia della noia.
Del tempo che passa la felicità.*

 

*Il mio amato Motta, Del tempo che passa la felicità. Si adesso ho finito. Grazie. Passo e chiudo.
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Lettera aperta ai dimenticati

Lettera aperta ai dimenticati

perché ormai ci siamo dimenticati gli uni con gli altri; e allo stesso tempo, scrivendo di noi oggi, lo nego.

Rompo il lungo silenzio per dedicarci uno spazio, in cui ricordarci, e poi continuare a perderci.
Se stai leggendo le mie parole sul sedile della metropolitana attraverso lo schermo di uno smartphone, se sei in ufficio, a casa a studiare, a scuola a dipingere, se sei dall’altra parte del mondo a bere vini pregiati e fare surf, se ti sei appena svegliato e sfogli distratto la home di Facebook; se mi hai cercato, se un link casuale sul supporto bidimensionale ha ripristinato la tua connessione con me, per un minuto, questa lettera è per te. E quando dico te, intendo voi, intendo noi.

É per te che mi sei stato a fianco ogni giorno. È per te, che con me hai condiviso la casa e i segreti. Stoviglie e pasti. Bagni affollati, vacanze incoscienti, noia, rabbia, tristezza e disagi. Fotografie e baci. Tu che hai abitato con me. Tu che mi hai visto crescere. Oppure tu, che vedendomi due volte l’anno, mi baci e mi abbracci stretta.

É per noi che ci siamo giurati amicizia eterna, o forse solo una cortese simpatia, e fin troppo presto abbiamo assistito a qualcosa che inevitabilmente si sgretola.

Io ti dico oggi che non mi sono impegnata abbastanza: non ho pronunciato la parola fine, non ho potato i rami secchi, non ho avuto il coraggio di prendermi le mie responsabilità. E, in certi casi, avrei dovuto farlo, e avresti dovuto farlo tu.

Ti dico anche che sto provando vergogna nel dire che avrei tanto voluto, e vorrei, chiamarti e sentire la tua voce per un pochino. Che vorrei vedere il tuo volto e capire se sei triste o felice. Che mi interessa la piega che sta prendendo la tua vita, le cose che fai, le persone che ora sono come sono stata io per te.

Ti dico che sono cambiata da quando abbiamo smesso di essere ciò che eravamo. I miei vestiti, la mia risata, il mio corpo, i miei interessi, le mie sopracciglia; sono cambiati i miei capelli, sono cambiate le mie letture, è cambiata la mia faccia. Sono cambiate le mie abitudini. E sicuramente sei cambiato anche tu. Forse potrei piacerti ancora. Forse no.

Però, se mi stai leggendo, significa che qualcosa di me in passato ti è appartenuto; e io oggi non sarei così se non ti avessi a mia volta incontrato.

Non voglio chiederti scusa per quello che ho fatto: perché allora dovresti farlo anche tu. Ma siamo entrambi colpevoli, e questa lettera non produrrà nessun messaggio, nessuna chiamata, nessun contatto; e se siamo entrambi colpevoli, possiamo dire che nessuno di noi lo sia?

Io, allora, non ti chiedo scusa. Ma ti dico grazie. Perché io mi ricordo di te. Anche se ho incontrato un sacco di gente.

Non ti penso mai, ma quando lo faccio, mi manchi. *

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* Baronciani e Colapesce, La Distanza, Bao Publishing
Beatrice Alemagna e il mondo delle meraviglie

Beatrice Alemagna e il mondo delle meraviglie

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Questa, per Bologna, è una settimana piena di eventi formidabili e cose belle. É la settimana della Children’s Book Fair.

La città pullula di mostre, illustratori e illustrazioni, autori e libri, serate aperitivi inaugurazioni festival concerti e poi mamma mia non ce la faccio più. Ma c’è il sole. Si respira aria buona di creatività. Si vedono cose magiche.

La più imperdibile delle imperdibili, per me, è Beatrice Alemagna, in mostra da Zoo, con The Zoo inside Beatrice Alemagna, dove troverete e potrete acquistare Il meraviglioso Cicciapelliccia, I Cinque Malfatti, Cos’è un bambino e il nuovissimo Un grande giorno di niente, i bozzetti e le tavole originali di questi libri in esposizione, tutto fino al 30 aprile. Inoltre, amici miei, Zoo vi piacerebbe molto. Si mangia bene e bello, ci sono dei dolci spaziali, c’è il caffè a volontà, se siete eterni studenti come me potete portarvi i libri, e tutto intorno a voi si alzano pareti altissime abitate da illustratori e artisti passati (una tra tutte la mitica Pollaz), per caso o volutamente, libri per bambini, gadget e regali perfetti per i fidanzati e le fidanzate. Nipoti. Amici. Parola di lupetto.

Ho avuto il piacere di vedere Beatrice Alemagna e ascoltarla in una squisita intervista, durante la quale ha presentato il suo lavoro dagli esordi e ripercorso le tappe della sua vita. Sfogliando uno qualunque dei suoi libri, possiamo essere tutti d’accordo su una cosa: Beatrice è una raccontastorie, e anche, come è stata a volte chiamata, una illustrautrice. Non c’è, soprattutto nei suoi lavori più recenti, e quindi probabilmente più consapevoli e autonomi, un albo in cui immagine e testo non si compenetrino, riempiendo uno i vuoti dell’altro, in ricchissimi, dettagliatissimi dialoghi continui.
Nonostante abbia uno stile assolutamente peculiare e personale, ognuna delle sue opere ha una propria autonomia, anche stilistica, oltre che tematica e tecnica.

Beatrice è semplicemente libera, pur essendo sempre Beatrice.

É, in tutto e per tutto, autodidatta. Ha semplicemente avuto dentro di sé una vocazione che ha piantato il suo seme, ha germogliato ed è fiorita rigogliosa. Anche se non ha frequentato una scuola d’arte. Anche se non si è iscritta all’Accademia. E forse di porte in faccia qualcuna ne ha presa.

I suoi albi sono per l’infanzia; ma forse non così tanto, o meglio: sono per i piccoli quanto per i grandi.
Estremamente formativi ed educativi per i bambini, i riferimenti agli adulti sono innumerevoli. Non sono strizzatine d’occhio, ma pizzichi forti e improvvisi, fatti un po’ da rimproveri, un po’ da coccole. Ci pungola e ci accarezza.

E, soprattutto, ci fa riflettere, portandoci in un mondo che è dritto a modo suo e storto a modo nostro, che ha tanti punti di vista, che è fuori scala, dove vige una prospettiva tanto sentimentale quanto simbolica. Aprire un libro è ogni volta un viaggio diverso, fatto da sensazioni, odori, rumori, tanto bianco da riempire coin i pensieri, tanto colore che riempie la testa.

Ora devo, assolutamente, fare una menzione d’onore parlandovi de I Cinque Malfatti.
I cinque Malfatti sono, appunto, malfatti. Sono sbagliati. sono venuti fuori male, storti. Combinano un sacco di pasticci perché non sono, e non si sentono, giusti. Questo libro parla di noi nei giorni difficili, nei momenti della vita complicati, ed è allo stesso tempo perfettamente comprensibile per un bambino quanto sincero per un adulto.

Ero da Zoo con la mia cricca a mangiare muffin buoni&belli, bere del tè allo zenzero, a sfogliare libri e a leggerli a voce alta (anche se ci hanno sentito tutti). Abbiamo riso e sorriso dei malfatti. Abbiamo provato astio e invidia durante la narrazione. Abbiamo sentito la rivalsa finale – sì, perché c’è! – e, mentre tornavamo molto interessate alla nostra merenda, abbiamo capito.

Siamo noi i malfatti. E, se qualcuno di voi ci vedesse ora, capirebbe al volo il perché.

Un grande grazie a Beatrice Alemagna, che scrive libri che leggerò assieme a mio nipote, che disegna mondi incredibili e stra-ordinari, ma quanto più reali, e che ha detto una cosa importante. Una cosa che fa male e fa diventare subito stanchi. Ma è una cosa vera.

Ha detto che se si ha un sogno, nonostante tutto, non bisogna mai lasciarlo andare.

Anche se a volte la paura fa 90.

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Beatrice Alemagna, I cinque Malfatti
Certi giorni

Certi giorni

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Certi giorni fa schifo tutto. Io. Voi. Le verdure brutte al supermercato. I vestiti brutti nei negozi. I pollini nel naso. La città che puzza. Le persone maleducate.

Certi giorni devi davvero impegnarti. Occuparti e non preoccuparti, come dice una mia saggia amica. Fai qualcosa che ti piace. Mangia un gelato. Vai a correre. Leggi un libro. Vai a un’inaugurazione. Ma anche tutto questo può andare male.

La verità è che, certi giorni, ti prendono proprio per il culo. Ti svegli con la piena consapevolezza di cosa ti aspetta. È lì, in agguato, la senti nel sangue che già bolle, nei capelli che non stanno a posto, nel tic dell’occhio sinistro, la vedi nello smalto sbeccato messo la sera prima e nel caffè che ti si rovescia su tovaglia-pigiama-pavimento-anima, ti sta aspettando, è pronta per te: la giornata di merda.

Accoglila. Non puoi combatterla. Può arrivare da sola come un’acquazzone estivo, e andarsene com’è venuta. A volte culmina, o costella, i periodi di merda (dalla durata più prolungata e quanto più tediosi), attraverso disagi e parole colorite. Può avere tanti perché, più o meno logici, o anche nessuno.

La tua arma è il sospiro. Il tuo obiettivo è metterti a letto stasera.

Passerà. Fai un bel respiro. Passerà. Non te ne accorgerai. Non la svolterai con positività improvvise. Se ne andrà silenziosamente, squallida, misera, codarda.

Il sollievo arriverà dopo, con tutti gli altri giorni, più o meno belli, noiosi, felici, mediocri, emozionanti, malinconici.

Finirà come è iniziata. Come questo post.

Così.

 

Bill the Butcher

Bill the Butcher

Bill the butcher

Grazie, Netflix, per allietare costantemente le mie giornate. Per coccolarmi, tenermi compagnia. Grazie, perché so che non mi lascerai sola (certo te pago).

Ma grazie soprattutto perché l’altra sera mi hai salvata dalla noia più piatta proponendomi un film che ho visto milioni di volte e che non merito, ma era quello di cui avevo bisogno: Gangs of New York.

2002, regia di Martin Scorsese, storicamente accurato, cast da urlo, violenza & amore in un connubio scabroso e melenso, Gangs of New York è un tipo di film che se hai passato una giornata di merda e vuoi solo metterti a letto con una scatola di biscotti danesi fino a ungere il piumino e arrotolarti dentro come un involtino vietnamita, ecco, ti fa dormire tranquillo.

Perché ti ha consolato. Perché anche tu eri lì dentro a menare e a far volare orecchie a destra e a manca (mentre mordevi il biscottino). Ti faccio vedere io! + pugno alzato + geppa sbriciolata e colesterolo alle stelle.

Purtroppo, non avevo biscotti di alcun tipo in casa. O un amaro abbastanza forte da usare con lo stesso intento consolatorio. Ma mi sono avvolta a involtino, e la visione è stata comunque terapeutica.

Amo tante cose di questo film, a cominciare da Leonardo di Caprio, passando per la colonna sonora, le botte sorde, le vite di tanti personaggi che si incrociano e trovano la propria via; chi ha quello che si merita. Perdono. Vendetta.

Ma più di tutto amo Bill the Butcher. E lo sapete anche voi perché.

 

Il mercato delle erbe

Il mercato delle erbe

baffo

Io e Francesca eravamo al mercato delle erbe. Era tardi e non c’era quasi nessuno. Guardavamo gli asparagi e i broccoli. Verdi. Belli.


Poi è arrivato lui
. Aveva baffi proverbiali e sopracciglia irresistibili. Gli abbiamo ronzato attorno per cinque minuti, occhi curiosi e bocche spalancate. Un po’ maleducate, sicuramente ammirate. L’abbiamo osservato mentre imbustava e pagava, noi vaghe e lui preciso. Abbiamo cercato di assorbire ogni particolare del suo volto segnato, i capelli candidi, i baffi striati.
Se non se ne fosse accorta Francesca, non l’avrei neanche visto.

Siamo scappate continuando a rimuginarci sopra e concordare caratteristiche e peculiarità. Come quando mangi un dolce buonissimo e poi sei tutta un

 e la crema? e la base biscotto? e il fiorellino di lillà essiccato?

Sono arrivata a casa cercando di ricomporre il ricordo. L’avevo appena vissuto ma il momento già scivolava. L’ho ricostruito come meglio ho potuto e immaginato. Probabilmente il signore distino non è realmente così: ma per me lo è diventato.

Mentre disegnavo ho provato a pensare a tutti i ricordi delle cose che ho vissuto  e che mi sono scappati.  Non sto parlando dei ricordi indelebili e fortissimi, ma quelli piccoli, che si modificano subito, che si guastano un po’, e li mantieni in una forma distorta  ma anche molto affettuosa.

Forse è per questo che ho bisogno di rileggere i libri, di riguardare i film e di riascoltare mille volte le stesse canzoni.

A volte vorrei rivivere attimi che però non tornano più uguali. Vorrei visitare luoghi già visti e penso a come sarebbe tornarci,  e mi dico che sicuramente ci tornerei con una coscienza diversa. A come sarebbe poi il ricordo una volta nuovamente a casa.

Una spiaggia d’agosto ma fredda, battigia lunga e mare grigio. Tante conchiglie e odore umido del salmastro senza sole. Non è l’odore del sud. Non credo che sia l’odore del nord.  É l’odore di una terra di mezzo.  Non mi veniva voglia di fare il bagno.

Avevo voglia solo di restare seduta  e inumidirmi anche io.

Credo che se  adesso ci tornassi butterei almeno i piedi nel mare. Proverei a sentire com’è la sabbia scura tra le dita. Non è la sabbia calda e bianca della Sardegna o i sassi scivolosi del lago. Di sicuro camminerei avanti e indietro e cercherei cose preziose. Invece prima non ho avuto coraggio.

Ma adesso ce l’ho: perché quella spiaggia l’ho rivisitata tante volte. L’ho misurata con i miei passi e ho odorato il suo vento. Ho osservato i campi piatti alle sue spalle e ascoltato le macchine lente sulla strada dritta.

Nello stesso identico modo, incontro il signore baffuto tutti i giorni.  Al mercato delle erbe. Facciamo la spesa insieme.

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