Del tempo che passa

Del tempo che passa

motta

Il silenzio è durato mesi.
Lo rompo di nuovo in giorni sbagliati, orari sbagliati, momenti sbagliati.

Ma vorrei dirvi una cosa: vorrei dirvi che non siete mai contenti.

E non dico che dovreste accontentarvi: perché non è sempre vero che chi si accontenta gode. È un verbo triste: accontentarsi. Significa farsi andare bene qualcosa che non va male – ma non è neanche bella. Significa che in fondo ci importa poco di quello di cui ci stiamo effettivamente accontentando.

E non accontentarsi delle cose, delle esperienze, delle persone, di noi stessi, ecco, questo è un concetto stimolante. Ci spinge al limite, ci spinge a scoprire. A non consumarci.
L’uomo non ha radici, ha le gambe. É la nostra verità, la nostra natura.

Ma non siete mai contenti. Felici. Di chi incontrate. Del piacere che di tanto in tanto si prova nella vita. Di ridere con qualcuno. Non siete contenti di chi avete accanto, di quello che vedete nello specchio, di cosa mangiate, della roba che possedete, di una nuvola strana, del lavoro che fate, dei ricordi che avete, di una pozzanghera sporca per terra, di quello che avete avuto, di quello che non avete ricevuto, dell’ultima volta che avete scopato, di quello che vi aspetta, della casa della vostra infanzia, del naso che ha vostro figlio, del cane che fa la pipì sul tappeto, dei soldi maledetti, della rosa puzzolente che vi hanno regalato, del libro che state leggendo. Delle persone che vi vogliono.

Non siamo contenti.
Ma neanche lo vedete. Non avete neanche la capacità di capirlo.
Vi annoiate semplicemente aspettando qualcosa di nuovo.

Ma non c’è soluzione. L’unica sarebbe accettare la noia, lo scorrere del tempo, la calma che arriva con la comprensione del momento in cui ci troviamo esattamente.

Sarebbe bello finire così.
Lasciare tutto e godersi l’inganno, ogni volta. La magia della noia.
Del tempo che passa la felicità.*

 

*Il mio amato Motta, Del tempo che passa la felicità. Si adesso ho finito. Grazie. Passo e chiudo.
Annunci
UNDER CHANGEOVER

UNDER CHANGEOVER

Contrasti, fruscii, sussurri, vibrazioni robotiche,rumori glaciali, il piano vellutato e accogliente: UNDER CHANGEOVER, progetto sperimentale neonato (since febbraio 2016), ci mostra una personale connessione di suoni caldi e classici con suoni freddi e sintetici, il tutto in perenne metamorfosi. É un racconto di un ragazzo seduto al pianoforte che compone. E riflette.

Adriano esplora i suoni che già conosce e quelli sconosciuti: li ottiene con gli strumenti musicali, con il sintetizzatore, un drum pad, qualsiasi oggetto possa produrre un suono che lo aiuti nella sua ricerca.

Il primo album omonimo UNDER CHANGEOVER racconta una storia di analisi e sperimentazione, di intimità musicale e scoperta multimediale, destrezza compositiva e improvvisazioni.

Il suo linguaggio è la musica, ma la narrazione supera la sfera sensoriale e solletica la nostra immaginazione: ognuno dei 9 brani è a sua volta una piccola storia, una suggestione che a volte si impone prepotente e a volte mormora delicata.

Ogni traccia nasce da un impulso. Un ricordo, una storia vissuta o un desiderio –  tutte espressioni del corpo, che poi corpo perderanno: saremo noi a ricostruire queste storie con la nostra mente, il nostro immaginario e la nostra creatività. Ma tutto sarà filtrato dall’esperienza e dalle conoscenze – e coscienze – pregresse. E, sicuramente, dalle nostre emozioni.

Fino al 10 febbraio 2017, data di uscita di UNDER CHANGEOVER sul profilo Facebook UNDER CHANGEOVER Facebook page, ogni giorno Adriano pubblica un breve racconto riferito a ciascuno dei suoi brani; ogni giorno un indizio con cui, forse, trovare delle risposte. O forse no.

Potete seguire UNDER CHANGEOVER anche su Instagram e ascoltare in streaming le tracce su SoundCloud e mx3.ch. L’album sarà scaricabile su bandcamp.

Détachement
Day 6.2.17

6 Détachement // the detachement from a really important person, but really when I wrote this song was kind of a state of mind, everything was detached from me, everything was far away from me. So I wondered: what happens if one hand of our body goes away? With this idea in my mind i wrote this song just with one hand, the left one, to create a kind of connection between hand and heart.

adri-copia

La La Land

La La Land

 lalalandCity of stars
Are you shining just for me?

Sei seduto sulla poltroncina del cinema quando le luci si spengono e il proiettore si accende.

La La Land inizia e ti attacca letteralmente allo schienale. Ti stordisce. Ti percuote. La musica, le persone belle che danzano, l’armonia, la coreografia, già da subito una azzeccatissima fotografia e boom, ci sei dentro. Ormai ci sei. Goditi il film.

Conosci Sebastian e Mia e capisci subito che entrambi hanno un Sogno. Siamo a Hollywood quindi il sogno, ovviamente, non può essere diventare postino e hostess di volo. Sebastian è un pianista e al jazz ha consacrato la sua vita: vorrebbe aprire un club in cui la sua musica non muoia mai, in cui perpetuare la magia un po’ démodé di Louis, Duke e così via. Ma negli anni 2000 il jazz piace poco e un poco è dimenticato. Il suo locale si chiamerà Chicken on a Stick, onore al pollo, alla birra, al jazz.

Ma chi entrerebbe in un club che si chiama Chicken  on a Stick?

Mia vuole fare l’attrice ma prepara cappuccini in uno Starbucks qualunque degli Studios. Fa vagonate di provini e non uno che vada bene. Non molla. Non cede. Inizia forse a crederci un po’ poco.

Quel piano, quelle mani. Quel vestito, quello sguardo.

I due partono col piede sbagliato, lui fa il cafone antipatico tutto pieno di sé, lei è bellissima, brillante e un po’ stanca della sua vita. Non possono che innamorarsi uno dell’altra. Hanno trovato quel speciale qualcuno che ci sia quando i tuoi sogni si allontanano, o svaniscono. Quando le bollette da pagare ci sono e non puoi più ignorarle. Qualcuno che sia lì accanto a dirti di non mollare anche se non esistono poi così rosee prospettive.

Sebastian accetta un lavoro che non ama, ma che gli permette di mettere da parte qualche soldo. Per aprire Chicken  (che lei vorrebbe si chiamasse Seb’s)Mia molla il lavoro da caffettara e si dedica a un’opera teatrale tutta sua, one woman show. No, non è ancora il massimo, non è il Sogno, ma…

A look in somebody’s eyes
To light up the skies
To open the world and send it reeling
A voice that says, I’ll be here
And you’ll be alright

I don’t care if I know
Just where I will go
‘Cause all that I need is this crazy feeling
A rat-tat-tat on my heart

I Think I want it to stay. 

City of Stars

Il film scorre piacevolissimo, divertente, malinconico, un po’ doloroso. Dei picchi spropositati di bellezza estetica, emotiva, fotografica trattengono la tua attenzione e ti trascinano dentro. Stai ballando con Mia mentre Sebastian suona. Stai dipingendo le scenografie per lo spettacolo So long Boulder City. Sei in tour con Sebastian, vestito come un coglione.

Ma stai anche piangendo perché fare l’attrice è un obiettivo troppo lontano e faticoso e decidi di mollare tutto, perché ti fa male. Sei anche tu disilluso e capisci che la tua è una realtà musicale che non tornerà mai. In realtà, quando i sogni svaniscono, quando il tuo qualcuno non è accanto a te, non c’è niente che vada per il verso giusto. Stare insieme non si può, non si riesce. Se le due cose camminavano di pari passo, ora entrambe hanno preso strade diverse.

Finché.

Finché Mia non si lancia. Un colpo di fortuna? Il destino? Si, sicuramente il destino. é Sebastian che la spinge, che crea l’occasione giusta. C’è ancora uno spiraglio. Il Sogno era chiuso in un cassetto che adesso è stato spalancato.

Cinque anni dopo. Cinque anni dopo le cose sono cambiate. Il Sogno, grande, grosso ed egoista, si è avverato.

E allora chi mi spiega cos’è questa sensazione?
Ma La La Land te la spiega. Te la spiega Eccome.
La La Land ti sta dicendo che a volte quando un treno parte e tu non sei sopra, semplicemente non lo prendi più. Ti sussurra di credere in te stesso, di non abbandonare i tuoi sogni, perché è grazie a loro che sei vivo. Di non perdere la speranza. Ma volte per acchiappare qualcosa devi lasciare qualcos’altro. Ti dice, piano piano,

No. Non puoi avere tutto. 

No, tutto no. Puoi avere altro. Puoi essere felice, puoi esaudire i tuoi desideri. Puoi sentirti finalmente realizzato. Puoi trovare qualcuno da amare, ancora, tanto.
Puoi finalmente capire che quello che è stato ti ha cambiato radicalmente. Che se le cose non fossero andate in quel modo, ora non saresti ciò che sei. Forse sarebbe stato bello ugualmente, vero?

Forse saresti stato felice lo stesso, certo. Ma no, non saresti ciò che sei.

L’amarezza che stai provando incontra il sorriso di Sebastian. Allora forse puoi lasciare Mia e Seb confinati in un angolino in fondo a un armadio. Perché loro hanno capito. Lo hanno accettato. In un posto lontano e dimenticato, ci sono ancora. Perché alla fine, quel sorriso che altro è se non un “grazie“?

Non sono sicura che La La Land mi sia piaciuto fino in fondo. È uno spettacolo danzante e cantante meraviglioso, magico, emozionante che ti scuote le budella e ti fa venire voglia di ballare (anche se ti annoiano quelli dove cantano). Difficilmente dimenticherai quel tip tap sulla collina: Ryan Gosling e Emma Stone sono radiosi e malinconici, umani ed eccezionali, modesti e straordinari.
Noi che la vita la conosciamo in un modo diverso da Sebastian e Mia, noi che abbiamo a volte sogni più modesti, teniamo i nostri amori più vicini. Non vogliamo sussurrare loro nient’altro che I think I want it to stay. 

Forse gli egoisti siamo noi. E non Mia e Sebastian.

Stanotte, a mezzanotte e mezza, sono uscita dal cinema Lumière e mi sono incamminata verso casa. Avevo la pancia sottosopra e i rubinetti aperti. E ho disegnato.