Del tempo che passa

Del tempo che passa

motta

Il silenzio è durato mesi.
Lo rompo di nuovo in giorni sbagliati, orari sbagliati, momenti sbagliati.

Ma vorrei dirvi una cosa: vorrei dirvi che non siete mai contenti.

E non dico che dovreste accontentarvi: perché non è sempre vero che chi si accontenta gode. È un verbo triste: accontentarsi. Significa farsi andare bene qualcosa che non va male – ma non è neanche bella. Significa che in fondo ci importa poco di quello di cui ci stiamo effettivamente accontentando.

E non accontentarsi delle cose, delle esperienze, delle persone, di noi stessi, ecco, questo è un concetto stimolante. Ci spinge al limite, ci spinge a scoprire. A non consumarci.
L’uomo non ha radici, ha le gambe. É la nostra verità, la nostra natura.

Ma non siete mai contenti. Felici. Di chi incontrate. Del piacere che di tanto in tanto si prova nella vita. Di ridere con qualcuno. Non siete contenti di chi avete accanto, di quello che vedete nello specchio, di cosa mangiate, della roba che possedete, di una nuvola strana, del lavoro che fate, dei ricordi che avete, di una pozzanghera sporca per terra, di quello che avete avuto, di quello che non avete ricevuto, dell’ultima volta che avete scopato, di quello che vi aspetta, della casa della vostra infanzia, del naso che ha vostro figlio, del cane che fa la pipì sul tappeto, dei soldi maledetti, della rosa puzzolente che vi hanno regalato, del libro che state leggendo. Delle persone che vi vogliono.

Non siamo contenti.
Ma neanche lo vedete. Non avete neanche la capacità di capirlo.
Vi annoiate semplicemente aspettando qualcosa di nuovo.

Ma non c’è soluzione. L’unica sarebbe accettare la noia, lo scorrere del tempo, la calma che arriva con la comprensione del momento in cui ci troviamo esattamente.

Sarebbe bello finire così.
Lasciare tutto e godersi l’inganno, ogni volta. La magia della noia.
Del tempo che passa la felicità.*

 

*Il mio amato Motta, Del tempo che passa la felicità. Si adesso ho finito. Grazie. Passo e chiudo.
Il mercato delle erbe

Il mercato delle erbe

baffo

Io e Francesca eravamo al mercato delle erbe. Era tardi e non c’era quasi nessuno. Guardavamo gli asparagi e i broccoli. Verdi. Belli.


Poi è arrivato lui
. Aveva baffi proverbiali e sopracciglia irresistibili. Gli abbiamo ronzato attorno per cinque minuti, occhi curiosi e bocche spalancate. Un po’ maleducate, sicuramente ammirate. L’abbiamo osservato mentre imbustava e pagava, noi vaghe e lui preciso. Abbiamo cercato di assorbire ogni particolare del suo volto segnato, i capelli candidi, i baffi striati.
Se non se ne fosse accorta Francesca, non l’avrei neanche visto.

Siamo scappate continuando a rimuginarci sopra e concordare caratteristiche e peculiarità. Come quando mangi un dolce buonissimo e poi sei tutta un

 e la crema? e la base biscotto? e il fiorellino di lillà essiccato?

Sono arrivata a casa cercando di ricomporre il ricordo. L’avevo appena vissuto ma il momento già scivolava. L’ho ricostruito come meglio ho potuto e immaginato. Probabilmente il signore distino non è realmente così: ma per me lo è diventato.

Mentre disegnavo ho provato a pensare a tutti i ricordi delle cose che ho vissuto  e che mi sono scappati.  Non sto parlando dei ricordi indelebili e fortissimi, ma quelli piccoli, che si modificano subito, che si guastano un po’, e li mantieni in una forma distorta  ma anche molto affettuosa.

Forse è per questo che ho bisogno di rileggere i libri, di riguardare i film e di riascoltare mille volte le stesse canzoni.

A volte vorrei rivivere attimi che però non tornano più uguali. Vorrei visitare luoghi già visti e penso a come sarebbe tornarci,  e mi dico che sicuramente ci tornerei con una coscienza diversa. A come sarebbe poi il ricordo una volta nuovamente a casa.

Una spiaggia d’agosto ma fredda, battigia lunga e mare grigio. Tante conchiglie e odore umido del salmastro senza sole. Non è l’odore del sud. Non credo che sia l’odore del nord.  É l’odore di una terra di mezzo.  Non mi veniva voglia di fare il bagno.

Avevo voglia solo di restare seduta  e inumidirmi anche io.

Credo che se  adesso ci tornassi butterei almeno i piedi nel mare. Proverei a sentire com’è la sabbia scura tra le dita. Non è la sabbia calda e bianca della Sardegna o i sassi scivolosi del lago. Di sicuro camminerei avanti e indietro e cercherei cose preziose. Invece prima non ho avuto coraggio.

Ma adesso ce l’ho: perché quella spiaggia l’ho rivisitata tante volte. L’ho misurata con i miei passi e ho odorato il suo vento. Ho osservato i campi piatti alle sue spalle e ascoltato le macchine lente sulla strada dritta.

Nello stesso identico modo, incontro il signore baffuto tutti i giorni.  Al mercato delle erbe. Facciamo la spesa insieme.

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Ciao Principessa

Ciao Principessa

leila han

Il 2016 è stato un cagnaccio che ci ha morso il sedere in svariate occasioni. In particolare, ci ha regalato una serie di celebri morti che hanno fatto a pezzettini i nostri cuori e ci siamo resi conto che, inevitabilmente, stiamo invecchiando pure noi. La nostra infanzia, ricordo perfetto e intoccabile, disseminato di miti e leggende dall’aura potentissima, dall’innegabile valenza artistica/musicale/sociale, e in certi casi dal curioso gusto estetico, è sempre di più utopia, l’isola che non c’è, le terre elfiche oltre il mare, il Valhalla.

Ieri abbiamo salutato Carrie Fisher, che ha fatto l’attrice e ha fatto anche tanto altro. Stiamo parlando della donna che ha scritto la biografia di Belushi. Che portava il suo obeso bouledogue français Gary sui red carpet di tutto il mondo. Che ha avuto, come tante celebrities, problemi con ladroga e che questi problemi li ha anche risolti. Che è diventata la nostra eroina a 19 anni, la bella, coraggiosa, tosta e saggia Principessa. Sarà giusto oppure no io ricordo un’attrice (autrice e scrittrice) per un unico – e supermegamaxi – ruolo iconico, forse non troppo significativo per lei, ma sicuramente per me.

La Principessa Leia è giovanissima, appena uscita dall’uni, si è fatta il culo quadro per tutta la vita per arrivare fin lì ed è la figlia modello. Aggiungi una sana dose di Kitemmuert’ che riserva al nemico ogni tanto. La fa prigioniera il suo insospettabile padre biologico (talmente insospettabile che manco lui lo sa), che le secca in un colpo solo amici e parenti, ma con astuzia e tanti libri, e vantaggiose conoscenze, la fa franca. Non vuole cedere alla passìon per quello scappato di casa di Han Solo, ma diciamocelo, Han è irresistibile. Nasce una delle storie d’ammore dei nostri cuori, per sempre. L’ammore in guerra, l’ammore incompreso, l’ammore fraterno, il tutto condito con romanticismo in giusta misura che ci fa socchiudere gli occhi e bisbigliare “Oooooooooh…” , ma senza indicare la gola con l’indice in un inequivocabile sintomo di diabete acuto. Perché Leia è una tosta, non ha tempo per le cavolate da quindicenni. Perché alla fine Han era già cotto quando l’ha vista la prima volta con codette e grugno incazzato. Perché alla fine Leia diventa un pezzo grosso, ma è per sempre donna, nella versione un po’ anacronistica degli anni ’80, ma anche in quella attuale di donna emancipata e fregacazzi della famigghia, io faccio carriera!
Non dimentichiamo neanche la breve deriva Leia Slave, che possiamo considerare, se fossi politically correct radical chic (come mi è stato imputato recentemente), una parentesi assolutamente sessista e non necessaria. Ma sapete che vi dico…

che SPACCA!

Ciao Principessa. Ciao Carrie. E soprattutto, grazie.